ARCHITYPES 1-4

AT: L’architetturamodella le nostre emozioni e i nostri comportamenti a livello individuale e collettivo. Crede che sia anche in grado di cambiare il nostro pianeta su scala globale? IR: Siamo i primi animali sul pianeta a riuscire a immaginare e creare nuovi ambienti che, a loro volta, ci plasmano e si evolvono mentre noi stessi ci evolviamo. L’architettura può quindi essere definita come un ciclo di apprendimento neuroprogettuale che ci influenza a breve termine come individui e a lungo termine come società. Tuttavia, è improbabile che l’architettura riesca a stimolare la nostra evoluzione a tal punto da gestire le incertezze legate al cambiamento climatico e alla biosfera. Ci vorrebbe troppo tempo, e i cambiamenti sociali che devono avvenire sono troppo profondi. La strategia migliore per limitare i danni all’ambiente — e lo sappiamo da decenni — è ridurre le dimensioni della popolazione umana e consumare meno. Ma, come architetti, ci siamo trovati, fin dall’inizio del ventesimo secolo, di fronte a un muro; tutto ciò che facciamo è valutato sulla base di un’unica domanda: “Attirerà il consumatore?”. Dobbiamo liberarcene, se vogliamo un mondo più umano. AT: Che cosa significa impiegare un “design basato sull’intelligenza anziché sullo stile”? IR: Penso che stia tutto nella differenza tra il semplice guardare e l’osservare. Immaginate di guardare un torrente poco profondo, di scattare una foto, di postarla su Instagram e di passare oltre. E poi immaginate di osservarlo per tutto il pomeriggio mentre pescate, notando le increspature, le erbacce che ondeggiano nella corrente, la luce che danza sulle pietre sommerse. Se state osservando, e non solo guardando, vi accorgerete di come l’acqua si va a incanalare fra le pietre e dove si nascondono le trote, e così saprete dove gettare l’esca per procurarvi la cena. Lo stile è presentazione, identità, marketing — una moda passeggera. Il design intelligente, invece, ha a che fare con una maggiore comprensione; offre senso, profondità e soluzioni più durature per qualsiasi iniziativa. La conoscenza è il risultato di un apprendimento continuo: rispetto al cliente, al sito o a nuovi materiali e tecniche. E poi ci sono le grandi questioni legate al clima e all’energia, l’analisi e le previsioni per il futuro. Al centro della mia architettura c’è la conoscenza, ed è per questo che il nostro studio effettua lunghe ricerche per ogni progetto. Non è un monologo ma un dialogo, nel quale l’architettura è risposta e non solo affermazione, in cui sono le idee più che l’ideologia a comandare, e oltre alla bellezza c’è anche l’intelligenza. Tuttavia, non esiste unmetodo universale per raggiungere un simile obiettivo, ed è per questo che il nostro studio non si lascia intrappolare da un solo stile. 19 l’architettura per un mondo più umano ESTRATTO

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